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Cartello elettorale di Gianfranco Rotondi
Cartello elettorale di Gianfranco Rotondi apparso a Milano.

A chi ha rubato Gianfranco Rotondi lo slogan che si vede sotto il suo nome? E' sin troppo facile capirlo, visto che ci gioca su a bella posta, pensando di fare una genialata. Se quello slogan a malapena funzionava per i formaggi filati figuriamoci se può funzionare per un salamino come Rotondi. A quale favolosa agenzia di comunicazione si sarà rivolto? E dove avrà preso questa agenzia i suoi dipendenti? In un centro commerciale con lo sconto prendi 100 e paghi 1? E questa agenzia lavora solo per questo politico o anche per altri? Vediamo un po'...

Forse è la stessa agenzia a cui si è rivolto Laqualunque? Che nel suo caso hanno ripreso almeno uno dei suoi cavalli di battaglia: "Lu pilu". E facendo il verso al mitico "I have a dream" di Marthin Luther King. D'altronde ognuno ha la sua retorica. La retorica di Laqualunque è una retorica non diversa da quella di quell'altro bellimbusto del nostro presidente del consiglio. Che, a sua volta, ricorda quella di colui che comandava in Italia prima che arrivasse la Costituzione.

Cetto Laqualunque, Qualunquemente
Cetto Laqualunque, Qualunquemente

A proposito, come si comunicava a quei tempi? Ce lo ricorda il terzo dei tre pannelli pubblicitari che ho fotografato a Milano l'altra sera e che vi propongo in questo post.

Cartello Pin Up
Cartello pubblicitario apparso a Milano.

Inutile dire che dei tre cartelli quello che preferisco è questo qui su. Altro che fiducia o pilu! Più di quelli può la malizia. A buon intenditor...

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Ultima modifica il 20 settembre 2018 alle 16:46

Interno aereo

Che fortuna! Posso comprare sigarette elettroniche, gratta e vinci, giocattoli, gioielli, orsacchiotti, caramelle, lecca lecca, sushi, tramezzini, the, caffè, succhi di frutta, frutta a pezzi, pezzi di frutta, pezzi di aereo! Rivoglio l'abusivo che sale sul treno a Caserta alle 3 e 30 del mattino, vende solo panini, aranciate e birre e bestemmia se nessuno compra. Quello che desidero io non c'è. Che so, un giornale, un libricino, un taccuino come questo che ho tra le mani per sfogarmi,  per scriverci sopra, delle cartoline da spedire una volta atterrati che in viaggio non si fa mai a tempo a spedirle.

Il pilota parla sempre con un inglese rapidissimo, come l'aereo poco prima di decollare. Pare Dario Fo quando fa il suo grammelot in inglese: let away blum, sair car sbash frum frum frum rrrrroaaaaagh rrrrrrrrrrrrroaaggghh squam! Seduto in terza fila all'altezza delle ali fuori vedo solo pezzi di ala e di fronte a me questo tubo d'aereo.

Di fronte a me appare stagliata in rosso la scritta Exit.  Ecco, io ora aprirei l'uscita di sicurezza e uscirei con tanti saluti alla pressurizzazione che ci fa più male che bene. Ci rende degli automi, delle scatole da cui succhiare il succo e poi da gettare. Questo tubo che vedo di fronte a me è il tubo del nostro apparato digerente che viene attraversato dai traffici dall'alto verso il basso e qualche volta dal basso verso l'alto. Questa è una barca in mezzo alle nuvole, una galera in cielo, un titanic in alto cielo dove al posto dei remi noi poveri schiavi abbiamo il portafoglio. Ora l'ultimo annuncio commerciale di una lunga e interminabile serie. È la volta dei profumi dolce e babbana, acqua di giovanni, j'ardor, ugo il boss della magliana. E poi il fantastico gadget della compagnia, l'aeroplanino che se lo spremi fa popi popiiii, proprio come certe tette di vip in silicone con clacson incorporato. A meno che le tette non scoppino con la pressione in alta quota, come accadde ad una certa Carmen Dipietro con tanto di botto.

Per fortuna che stiamo atterrando. Qualche altro minuto dentro questo spot kafkiano volante e mi sarei trasformato in Chuck Norris e Steven Seagal insieme incazzati come quando a Bud Spencer rubano il camion nel film Nati con la camicia.  Chi guiderebbe l'aereo? Ma se non li guida più nessuno questi aerei! Fa tutto il pilota automatico in questa metropolitana sopraelevata. Signor capitano mi stia a sentire, ho pronte le mille sberle che in America voglio andar...

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Ultima modifica il 1 novembre 2017 alle 12:54

La locandina di Mistero Buffo
La locandina di Mistero Buffo all'ingresso del Teatro Nuovo a Milano

Franca Rame e Dario Fo mi scuseranno se la chiave della mia recensione al loro Mistero Buffo che hanno riportato in scena dopo 41 anni è l'epifania, termine che potrebbe sembrare sin troppo religioso, considerato che sono i giullari della tradizione popolare, della satira, spesso anticlericale. Però la più grande impressione che ho avuto l'altra sera, il 5 gennaio 2011 che è vigilia dell'Epifania appunto, è di una manifestazione di divinità in loro due che però proviene dal basso, da quella divinità popolare che loro due hanno sposato, da quella Bibbia dei villani che raccontano per vocazione.  Non esagero se dico che nella loro narrazione c'è qualcosa di divino, che il nobel a Fo solo in parte suggella. Perché se Dio ha creato gli uomini per sentirsi raccontare le storie, come ho spesso sentito dire a Moni Ovadia, loro due sono tra i più grandi narratori di tutti i tempi, di certo i migliori viventi. Hanno così ben imparato nella loro lunghissima e luminosissima carriera, nonostante le tante difficoltà e le grandi amarezze, a togliere l'inessenziale e la zavorra che ora li vedi recitare con la leggerezza delle piume degli angeli, che Dario si diverte a strappare in uno dei suoi pezzi. A 84 anni lui e a 81 anni lei li vedi in forma, con una intesa e complicità meravigliose, alternarsi e divertirsi sul palco come due ragazzini. Mi ha fatto tantissimo piacere rivederli dopo che nel 2003 ho avuto il grande privilegio di conoscerli alla libera università di Alcatraz in occasione di un loro seminario assieme al loro figlio Jacopo. Credo proprio che tutti e due siano l'Adamo ed Eva, la coppia primigenia del nostro teatro e forse del teatro di tutti i tempi. E' davvero una unione che ha moltiplicato e magnificato le potenzialità di entrambi.

E come ogni coppia che si rispetti hanno avuto dei figli e dei nipoti. A parte Jacopo Fo, citato già prima e che è il loro figlio nella vita, loro figli possono essere considerati Marco Baliani, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Mario Pirovano, Marina De Juli. E chissà quanti altri, ormai non si contano più. Sono ormai nonni e bisnonni questi due eppure sono i più bravi, leggeri, divertenti di tutti, inarrivabili. Il loro genio è paragonabile solo ai grandi come Aristofane, Plauto, Molière, Shakespeare, Charlie Chaplin, Eduardo De Filippo e Totò.

La scaletta del loro spettacolo racconta quasi le loro nozze civili ma anche nel teatro e il loro percorso teatrale, sociale e politico.  Perché inizia con le nozze di Cana dove Jesus fa il "miraculamento" della trasformazione dell'aceto in vino a cui segue il monologo in cui Franca parla di una Eva creata prima di Adamo. Segue poi la resurrezione di Lazzaro che è un po' la resurrezione del teatro popolare con il loro ritorno in scena. Franca Rame è poi splendida nel pezzo successivo della lezione d'amore ad una giovane prostituta. E' poi la volta di Bonifacio VIII che incontra Gesù e infine del brano di Maria sotto la croce.

Con loro due sul palco, una riproduzione de Il terzo stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo che fa da scenografia, gli spettatori seduti sui lati del palco e il Teatro Nuovo di Milano occupato in ogni posto sembra di essere in una grande cattedrale umana, in una grande astronave in viaggio verso le stelle pronta a fare i zig-zag e le piroette dei comici della commedia dell'arte, una giostra da luna park che scuote e diverte moltissimo, persino nei pezzi drammatici proposti da Franca. Loro due sono delle straordinarie macchine attoriali, due attori in senso proprio e non inquadrati da una regia che dà loro spessore ma con l'auto-regia da attori giullareschi, abituati al contatto con il pubblico e all'improvvisazione. Il pubblico lo capisce, lo sente, lo ama. D'altronde i tanti milanesi e non solo che c'erano con me in teatro l'altra sera conoscono quasi tutto di loro due, si lasciano prendere e condurre per mano, persino negli sfottò che ogni tanto Dario lancia, come quello nei confronti dei genovesi rei di aver venduto san Giorgio agli inglesi. Non sfugge nulla a Dario, persino le risate dei ritardatari di cui approfitta ogni volta. E gli spettatori ridono e applaudono in continuazione e alla fine dello spettacolo si lascia andare ad una lunga standing ovation. Quello che sta succedendo nel cuore di Milano in queste sere è uno dei più grandi eventi del teatro in Italia al quale abbiamo la grandissima fortuna di poter assistere.

Ecco altre risorse per saperne di più: