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Ultima modifica il 8 settembre 2017 alle 16:42

Prove del Moby Dick.
Luisa Barrucchieri, Giancarlo Luce, Totò Onnis e Giancarlo Pagliara (dietro) durante le prove del Moby Dick.

Oggi, 28 giugno 2011, ci sarà la prova aperta del Moby Dick al Teatro Comunale di Torre Santa Susanna alle ore 19:  si tratta della nuova produzione di Maccabeteatro per la regia di Enzo Toma.

Sono stato un po' alle prove per cercare di dare una mano, la qualifica era di assistente ala regia anche se alcuni impegni dell'ultimo minuto mi hanno un po' distolto. Voglio estendere ai lettori del blog alcune  considerazioni maturate osservando la genesi e l'evolversi del lavoro fino a questo punto.

Per il capitano Achab, secondo Melville, Moby Dick è un muro.

Come farebbe a evadere un carcerato, se non avventurandosi fuori attraverso il muro? Per me, la balena bianca è quel muro sospintomi vicino

fa dire Melville ad Achab nel trentaseiesimo capitolo del romanzo (cito dalla traduzione di Pina Sergi per la BUR). E' come se egli si trovasse murato dentro una stanza dalla quale per evadere l'unica alternativa è abbatterlo il muro. Si sente imprigionato sul Pequod, la baleniera, nonostante si trovi sulla vastità del mare. La sua vera malattia è la claustrofobia, l'aria che gli manca visto che il muro lo schiaccia. Questo Achab è un prigioniero che nulla al mondo desidera più della libertà. E' uno dei fuggiaschi di Berlino Est attraverso l'unica possibilità che aveva: il muro di Berlino appunto. E poco importa se per raggiungere l'altra parte del muro rischiava di finire cadavere sotto le mitragliate dei soldati di guardia. E poco importa anche se al di là del muro non ci fosse niente.  Infatti Achab dice:

Penso a volte che non ci sia niente al di là. Ma per me basta così. Mi dà da fare; mi riempie tutto; scorgo in essa una forza oltraggiosa, cui una malizia imperscrutabile dà nerbo.

Questo sventurato capitano cacciatore è un po' come un recluso in un campo di concentramento. E' disposto a sacrificare la sua vita per evadere. E' uno dei tanti prigionieri disperati del mondo delle più disumane architetture che qua e là troviamo come il quartiere Zen a Palermo o il Paolo VI di un decennio fa a Taranto. Questo romanzo diventa allora la parabola delle evasioni e capiamo che la follia è in realtà la più sana e matura delle passioni: la libertà.

Achab per Melville è un capo "forte, sostenuto, arcano". Nonostante la menomazione della gamba "strappata, divorata, masticata, schiacciata" dalla balena e sostituita dalla protesi in avorio. Gli ufficiali non solo sono subordinati me egli è il loro sovrano e ha potere di vita e di morte su di loro.

Per Enzo Toma Moby Dick è la ferita ancora aperta e persino putrescente, con cui l'artista si relaziona, ma anche una sorta di mistero più o meno nascosto al pubblico. Come tale la ferita mette l'attore al riparo di se stesso e tutte le derive di autocompiacimento: è un grande sostegno attorale per non perdere il rapporto con l'autenticità. E' quel limite che si è costretti ad oltrepassare e nel farlo scatta quel sentimento di emulazione che ci rende interessante questo o quell'attore.

Prove del Moby Dick.
Enzo Toma e Giancarlo Luce (disteso) durante le prove del Moby Dick.

Per Toma Moby Dick è l'altra faccia di Achab. Tutti e due sono un unico mostro dalle due facce: è quel Giano il cui intimo segreto non è questa o quella delle due facce ma il passaggio, la soglia.  Si può affermare che nel suo spettacolo Achab è Enzo Toma stesso perché mi risulta evidente che ha consegnato a questo personaggio un gran pezzo del suo vissuto. Mentre gli ufficiali di bordo  sono i bastoni del capitano, tanto è vero che spesso lo sorreggono. Sono i sacerdoti di rango inferiore rispetto al papa, a quel pontefice re che battezza non in nome del padre ma nel nome dei diavoli. Achab è il capo degli stregoni rispetto al quale gli altri sono degli accoliti, degli apprendisti. E' Faust.

Questo spettacolo è un viaggio nella parte tenera della ferita e fa il paio con l'altro viaggio nella morte appena compiuto dal regista conversanese con il suo Macbeth che ha debuttato lo scorso aprile. In questo spettacolo gli attori non agiscono ma semmai conducono secondo l'etimologia di attore da agere che tanto piaceva a Carmelo Bene. Sono i traghettatori verso la morte, versione più nobile dei becchini. Fossimo in un film western sarebbero dei pistoleri accanto alla fossa già scavata, pronta per l'uso.

In comune tra Melville e Toma c'è che Achab non è senza la balena, sono imprescindibili i due, c'è un binomio inseparabile. L'altro elemento che li accomuna è la lucida follia di Achab. Tra i due il mediatore è quel Francesco Niccolini autore di questo poema del mare e della mia anima immortale ma anche di questo concerto in forma di via crucis per voci corpi avori legni ramponi e luci. Alla fine è una festa, non importa che siamo davanti a una bara, quasi come quella cumpagnia 'e merda di Più leggero di un suspir, scritto sempre da Niccolini e che Toma ha ripreso in questo periodo dopo una messa in scena con attori campani, che tiene in scena per tutto il tempo il cadavere del signor Cliff, al mondo meglio noto come 'a Reggina. Curioso che il cadavere e il sottostante baule siano bianchi come anche il tappeto sottostante e le quinte, almeno nell'originaria scenografia. E' come sottolineare il colore bianco della morte, lo stesso del capodoglio di Melville.

Gli ufficiali sono coloro che devono aiutare Achab ad evadere e in fondo lui non chiede molto a loro, come quando ad esempio il capitano chiede al primo ufficiale Starbuck:

E di che si tratta poi? Pensaci. Soltanto di aiutare a colpire una pinna: niente di straordinario, per Starbuck. Che altro c'è? Da questa misera caccia, dunque, la miglior lancia di Nantucket non si trarrà certo indietro quando già l'ultimo marinaio stringe in pugno la cote?

Se però Achab un po' rinuncia agli attributi del potere, anzi mostra con chiarezza la sua gamba malferma, ferita, offesa e qualche volta si lascia andare quasi al pianto non siamo più in presenza di un capo visto che il suo ufficiale e la donna che sono in scena lo sorreggono, lo consolano. Il rischio è quello di una riduzione ad uno stesso corpo molle, che può essere il ventre del capodoglio o la propria pancia, ognuno scelga. Mancherebbero così i ramponi che scendono giù per la gola della balena viva. Ma gli ufficiali non possono essere di status più alto. Sarebbe opportuno che abbassassero allora il loro status rispetto ad Achab, per ritornare ad una verticalità che farebbe senz'altro bene alla scena che sia nel romanzo sia nel poema di Niccolini si conservano.

Lo spettacolo dopo la prova aperta di oggi debutterà al festival di Castel dei Mondi il 3 settembre. Interpreti ne sono Totò Onnis, Giancarlo Luce, Elisa Barucchieri. Le musiche sono di Giancarlo Pagliara. L'altro assistente alla regia è Francesco Ocelli. Della sua distribuzione si occupa, invece, Francesca Vetrano.

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Ultima modifica il 8 agosto 2012 alle 17:54

Giuseppe VitaleNascerà presto una nuova figura professionale, sempre più preziosa, richiesta e pagata. Quella del grande lettore/spettatore/ascoltatore, un professionista capace di consumare quantità esorbitanti di cultura per appagare l'ego di tutti. Sarà lui l'eroe del futuro(Giacomo Papi su l'ultimo numero di D. del 25 giugno 2011).

Ecco io mi sento già quell'eroe per le quantità industriali di post, blog, messaggi di stato e twit che leggo e commento a fronte di pochissimi amici che ogni tanto per misteriose ragioni si ricordano di commentarmi, spesso senza leggermi neanche. Non me ne vogliate cari amici ma è evidente che stiamo tutti cercando la celebrità ed è pieno il mondo di chi sculetta e quindi trova qualcuno disposto a guardarlo, visto che nel frattempo siamo diventati anche voyueristi. Allora fa bene lo stesso Papi (da non confondersi con papi di chiese o di feste o con quel Papi sintesi dell'idiozia) a citare Macbeth, che ho avuto il piacere di recitare ad aprile:

 La vita non è che un'ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e dimena per la sua ora sulla scena, di cui non si sentirà più nulla. E' una storia raccontata da un idiota, piena di strepito e furia che non significa niente.

Mai parole potevano essere più sferzanti per un attore eppure sono state scritte dal più grande drammaturgo come William Shakespeare nel 1600. Cosa scriverebbe ai nostri tempi? Ai suoi tempi il teatro era l'unica forma di divertimento. Oggi, invece, ci sono innumerevoli forme di divertimento e il teatro e persino il cinema sono quelle più in difficoltà, meno frequentate. Questo si traduce nella grande difficoltà per gli attori per ritagliarsi la loro celebrità, specie in una società come la nostra dove la profezia di Andy Warhol si sta avverando: "ognuno sarà famoso in 15 minuti".  Come trovare quel necessario spazio di notorietà per lavorare come attore laddove ogni persona del pubblico a sua volta cerca il suo legittimo pezzo di fama?

 Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama, ma queste cose costano ed è esattamente qui che si incomincia a pagare, col sudore

si sentiva durante la sigla iniziale del noto telefilm Saranno Famosi che ha nutrito i sogni di  centinaia di migliaia, forse milioni di scalpitanti allievi attori, danzatori, cantanti nelle scuole, ne corsi, nei workshop di tutto il mondo.  Salvo poi scoraggiarsi quando i reality show hanno mostrato che quel sudore non solo non serve, ma che siamo in piena epoca del trionfo della mediocrità. Del resto è noto che chi lavora per società come la Endemol, per esempio, è pagato per non far pensare il pubblico. Ed allora the show must go on, chi fermerà mai il circo dei circhi, quel villaggio globale non solo diventato realtà per molti paesi nel mondo ma che nel frattempo si è trasformato in un set quotidiano aperto a tutti? Ne fanno parte anche i social network come Facebook dove spesso i migliori talenti sono uniformati, abbrutiti, macinati come se uno tsunami avesse travolto i cervelli di tutti.

Che cosa è più prezioso, la fama o la salute? / Che cosa è più importante, la salute o la ricchezza? / Che cosa è più dannoso, vincere o perdere?

Queste domande spesso leggo nel Tao nel disperato tentativo di sgonfiare quel pallone smisurato del mio ego. Per consolarmi di non far parte dello show business. E allora come novello Teseo eccomi addentrato nei labirinti di blog, social network, micro-blog e pagine web di ogni tipo alla ricerca del Minotauro. Ma ahimé mi ci sono perso, forse non ne uscirò mai. Ricordatemi se volete come quell'eroe del futuro curioso come sono e desideroso di comunicare che spesso viene a rompervi le scatole e importunarvi ma che per lo più rimane da solo.

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Ultima modifica il 7 marzo 2017 alle 12:20

Giuseppe Vitale in Mistero Salentino
Mistero Salentino a Taranto (Taranto Lider)

La Festa dei Popoli 2011, importante manifestazione di solidarietà organizzata da Huipalas, è la festa dei popoli, non di un popolo, ma di tanti popoli e quindi non di una sola identità ma di tante identità che non restano da sole, isolate, ma che comunicano tra di loro,  che si trasformano, che diventano identità altre.  A Mesagne, dove farò tappa mercoledì 15 giugno 2011, inizierò il mio spettacolo con una fiaba che viene dall'America Latina in cui tre cacciatori perdono appunto la loro identità, persino la loro umanità. Poi però ne trovano una nuova, recuperando quanto di primordiale avevano, grazie all'aiuto degli altri. Voglio cominciare da essa perché è una storia sulle identità che si recuperano e che si trasformano. In questo ci si porta dietro la propria cultura, quella cultura popolare che in alcune parti del mondo è ancora viva, come accade in buona parte per la cultura salentina e in parte messapica ancora presenti nel sud della Puglia. E' su di essa che si basa quel Mistero Salentino che prende in prestito dal ben più noto Mistero Buffo di Dario Fo e Franca Rame parte del titolo ma anche la formula dello spettacolo della coppia Fo-Rame: una serie di racconti orali, satirici, giullareschi che di volta in volta i due recitavano e recitano secondo una scaletta che poteva variare anche di molto da un'occasione all'altra.  E' quel che più o meno mi accade a secondo delle persone che incontro e del posto in cui vado.  Perché, alla fine, il teatro per me è celebrazione di un rito ogni volta diverso, nuovo, vivo.

Sono contento di aver aderito a questa bella iniziativa dell'associazione Huipalas così impegnata in progetti nel sud del mondo soprattutto a Korogocho, slum di Nairobi (Kenya), e che di recente ha acquisito la storica bottega del mondo di Mesagne che ben conosco e che non poco ha compiuto negli ultimi anni nel mondo del commercio equo e solidale. Spero che le storie che racconterò abbiano lo stesso profumo di bellezza dei prodotti di quella bottega.

Ultima modifica il 24 marzo 2016 alle 15:20

Disegno con narratore di storie

Dopodomani, giovedì 9 giugno, sarò all'Enò Wine Bar di Taranto per uno degli appuntamenti di Riconversione Culturale del comitato Taranto Lider. Mi hanno chiesto una presentazione che voglio condividere con i lettori del blog.

Mi chiamo Giuseppe Vitale, ho 37 anni e sono figlio di un ex operaio dei cantieri navali Tosi a Taranto, che qualche volta ha lavorato anche per l’Italsider, oggi Ilva. Lasciato quel mondo mio padre ha trovato la sua nuova vita nell’arte, affinando soprattutto l’arte dell’aerografo che un po’ gli ricorda la pistola a spruzzo con cui verniciava le fiancate delle navi.

Vivo in una terra  dove molti miei coetanei e persone più giovani di me lavorano all’Ilva, se non fanno i militari, visto che sono i posti di lavoro più gettonati. Io che ho fatto l’obiettore di coscienza e che non ho mai presentato domanda per lavorare nelle acciaierie ho dovuto cercare sempre difficili alternative. Una di queste, su cui ormai insisto da anni, è quella di raccogliere e raccontare le storie e le situazioni della mia terra o di altri sud del mondo. Un po’ per esorcizzare quei mostri che compaiono e minano la nostra esistenza e che possono essere “lu nanni Orcu”, piuttosto che gli usurpatori del nostro destino. Ne è nato uno spettacolo di cunti, culacchi, leggende popolari che si chiama Mistero Salentino, dove la tradizione medievale dei misteri, diventata barocca dopo la dominazione spagnola, si stempera nella risata, in una sorta di “rito alla rovescia”, figlio del mondo alla rovescia del carnevale, della satira.

Ho eretto domicilio in quella che chiamo “Tarantopoli”: una sorta di unica megalopoli tra Taranto e Napoli, i cui vicoli, le cui strade, i cui palazzi, la cui gente cerco di frequentare ogni volta che posso, per seguire un sempre più forte istinto, un richiamo della foresta: foresta perché per una intera vita precedente sono rimasto estraneo, ma le radici mi riportano alla Grande Madre, a succhiare i seni di Mar Piccolo e Mar Grande a Taranto o a lasciarmi cullare sopra Castello dell’Ovo a Napoli. E in questa “città della taranta” che scommetto di crescere perché me ne sento figlio, dove il morso che ho ricevuto non sfocia in musiche e coreografie colorate come nella “pizzica de core”, la pizzica con numerosi strumenti a corda: piuttosto appartengo al mondo della pizzica triste e muta, quella pizzica che a discapito della sua malinconia produce quell’affabulazione che conoscono bene i Griot africani un po’ narratori e un po’ sacerdoti e che mi rimette in pace con il mondo nei momenti di rabbia e frustrazione.