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Lettera a cuore aperto ai feriti del ponte di Genova

Genova vista dagli occhi di un brindisino dal 1983 al 2018

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C'era una volta il triangolo industriale o forse c'è ancora, non ne sono sicuro. Quello che ti veniva mostrato con la lunga bacchetta di legno sulla cartina colorata dell'Italia con i vertici di Torino, Milano e Genova. E tu subito pensavi a grandi ciminiere che buttavano fumo a tutta forza, a enormi bastimenti e a camion con due o tre rimorchi. Quello era il nord, la punta dell'Italia, ciò che stava "sopra" a noi brindisini, la parte avanzata e più produttiva di quello stivale che a volte ti capitava di disegnare e di colorare come i rombi del costume di Arlecchino. A scuola ti parlavano del settore primario, di quello secondario e di quello terziario e in televisione vedevi i fiori, Toto Cutugno, Vasco Rossi, i Matia Bazar mentre i tuoi ti raccontavano che San Remo è in Liguria, dove tuo padre ha fatto il marinaio a La Spezia e il cui capoluogo è Genova.

È il 1983 l'anno in cui viene rapita Emanuela Orlandi, Ronald Reagan annuncia lo scudo spaziale e il papa va a fare visita in carcere al suo attentatore Alì Agca. Io frequento la terza elementare con tanto di grembiule blu e nastro bianco e rosso al collo. Si iniziano a fare le ricerche quest'anno e per una di esse bisogna scoprire dove si trovano le fabbriche dei prodotti che abbiamo in casa. Con un gruppetto di compagni andiamo in un alimentari e chiediamo al titolare dove fanno la nutella. Questi legge l'etichetta e ci dice che viene da Alba, in Piemonte. Subito vedo che Alba è vicina a Genova e capisco cosa si trasporta con i treni merci e con i tir attraverso l'autostrada: barattoli di nutella!

Ero un bambino fortunato a sapere già a 9 anni ciò che persone più adulte di me sapevano a stento. Questo era ciò che pressapoco nella cultura di massa di quegli anni si sapeva o si immaginava della regione a forma di linguetta che circondava il Golfo di Genova, nel Mar Ligure. Qui arriviamo a sottigliezze, a dettagli che solo un bambino curioso, com'ero io, guardava. Assieme a questo c'era il calcio con le due squadre del Genoa e della Sampdoria che nella stagione successiva, quella tra il 1984 e il 1985 vinse la coppa italia grazie a giocatori come Viercowod, campione mondiale con l'Italia di Bearzot nel 1982, Vialli e Mancini. L'anno dopo ancora arrivò come allenatore il mitico Vujadin Boškov , quello del «Rigore è quando arbitro fischia».

Passano gli anni, a San Remo ti disaffezioni, cominci ad ascoltare altra musica e scopri cantanti d'un tempo come Sergio Endrigo, Gino Paoli e Luigi Tenco. Ma ascolti anche Fabrizio De André e Ivano Fossati che in una sua canzone dice che «Genova si vede solo dal mare». Ed allora ti ricordi di uno che Genova deve averla vista parecchie volte così, anche in quelle occasioni in cui partì per la penisola iberica dove iniziò i suoi viaggi verso le Indie ritrovandosi nelle Americhe. Poi capita che dopo gli anni dell'università ci vai a Genova, anche se non per mare ma in treno, direzione fiera. E la sera passeggi e guardi i monti su, il mare giù e in mezzo una striscia di case e palazzi e capisci cosa voleva dire Fossati. Ma capisci anche perché romanzi come Il cavaliere inesistente, Il castello dei destini incrociati e forse tutte le opere di Italo Calvino, che ho letto e tanto amato negli anni '90, siano fatti di linee a volte parallele, a volte incrociate, a volte spezzate. Ti rendi conto anche del perché il Marco Polo de Le città invisibili abbia il costante bisogno di dare uno sguardo a forme di città che però esistono solo nei racconti a Kublai Khan.

Intanto le linee del mio racconto si sfilacciano, si diradano, diventano tratteggiate, come quando nelle mappe si indicano strade incompiute e cantieri più o meno perenni, lasciano il passo alle cronache della scuola Diaz durante il G8 del 2001. Qualche anno dopo rieccomi ospite di genovesi in una pensioncina davanti alla parrocchia di Santa Caterina in cima alla salita di via Pierino Negrotto Cambiaso sulle colline di Begato, da dove si scorge l'E80 che va dritta in mezzo ai monti verso Genova e il suo porto. Qui si starebbe anche in pace se non fosse che ti trovi in pratica su un terrazzino sull'autostrada che per me è un po' come la tribuna vip di un autodromo, anche se non ci sono mai stato. Sogno di stare al gran premio di formula uno a Montecarlo.

Poi ci passeggi più a lungo questa volta a Genova, passi davanti a Palazzo Reale, vai all'Acquario ma soprattutto cammini per i carruggi e sei lì speranzoso di vedere la "graziosa" di Via del Campo di De André. Puttane però non ce ne sono più, almeno non sulla soglia della casa come una volta. In cambio puoi vedere senegalesi, pakistani, afghani, tunisini, nigeriani, marocchini.

Capita anche che ti rechi assieme alla tua ex fidanzata, alla sorella, al suo ragazzo a Sampierdarena. In uno dei suoi condomini abita una prossima collega di università della sorella della tua ex che viene dall'Algeria e che deve fare più pratiche delle italiane per esservi ammessa. Lei suona al citofono e sale su, per chiedere lumi, mentre tu aspetti in strada, ti guardi intorno e vedi un ponte che passa sopra i palazzi, alcuni dei quali sono attaccati al pilone che lo sorregge. «Non ci dovrebbe essere aria sopra i tetti?» ti chiedi. Perché sono schiacciati da un serpente gigante e dritto? Qui non ci dovrebbe essere quella costruzione o non ci dovrebbero essere gli edifici. Italo Calvino lo direbbe meglio di me, qui Marco e Kublai Khan non si capiscono, parlano due linguaggi diversi, opposti più delle tifoserie delle due squadre. È peggio della via Gluck di Celentano: non lasciano l'aria oltre l'erba. O hanno fatto male il piano regolatore, per via di speculazioni, o non avevano altra scelta. E comunque gli ingegneri e chi di dovere sanno il fatto loro, sarà un po' brutto e scomodo ma si può star tranquilli. Mentre sono ancora con la testa all'insù squilla il mio cellulare, mi chiamano, si va sul set a Napoli, vacanza genovese finita.

Finisce anche la mia storia d'amore con la bella berbera e anni dopo, nel 2014, sposo una cubana la quale, appena arriva in Italia, mi rende difficile la guida dell'automobile perché terrorizzata dalle strade italiane più strette di quelle de L'Avana, città dove è nata e vissuta. Rimpiange un po' il suo paese, le strade che il regime comunista ha fatto realizzare soprattutto quando inizia a vedere le notizie in tv sul crollo di una serie di viadotti lungo il belpaese. Io la tranquillizzo e la informo sulle grandi capacità degli ingegneri italiani. Le racconto del Vajont dove ci fu si la tragedia con l'onda d'acqua che travalicò  la diga ma essa resse ed è ancora là. Noi siamo il paese che sa progettare grandi opere, forti e resistenti. E vedrai, le dico, che dopo il crollo di questi ponti Anas, Autostrade, regioni, province e comuni manderanno eserciti di tecnici e manutentori a verificare ogni manufatto. Su questo, le riferisco, purtroppo ci muoviamo un po' tardi ma ci muoviamo quando serve e bene anche. Ne sono caduti cinque in cinque anni ma cazzo ora vedrai come metteranno a posto tutto. «Italiano si muove quando acqua alla gola» le dico sentendomi Boskov. Lei, ormai orfana di Fidel Castro, si affida alle mie parole e al paese di cui prende anche la cittadinanza dopo aver giurato con queste parole: «Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato». Una copia di quella costituzione le viene anche consegnata.

Il 14 agosto del 2018 è con me mentre in televisione guardiamo il primo video del crollo del ponte Morandi sotto la pioggia con le urla ormai famose. Lei non ne regge la visione e si allontana. Io resto come ipnotizzato da quella visione, con la testa vuota. Poi cerco di seguirne la cronaca per tutto il giorno. Nel frattempo il pensiero va alle tante tragedie, alcune personali come l'incidente in cui ho perso mio fratello nel 1997, e altre globali come l'11 settembre. Penso anche a Marco  Paolini che, fiero, cantava le lodi di chi costruì la diga del Vajont. Questa volta il manufatto non ha retto ma sia in quegli anni sia ai giorni nostri la catastrofe era annunciata. Nel caso della diga si sapeva che la frana sarebbe venuta giù e che avrebbe potuto provocare molti morti come in effetti avvenne. Nel caso del ponte le carte della procura iniziano a dirci dei tanti segnali e allarmi ignorati. Anche nel 2001 la CIA sapeva molto dei piani degli attentatori ma non volle trasmettere le informazioni all'agenzia competente: l'FBI. Così i terroristi agirono non osservati, indisturbati. Certe volte è come se ci fosse una bomba in giro, pronta ad esplodere, anche se non si sa con precisione dove e quando. Però le informazioni ci sono, cercano solo di essere lette, considerate e che si provveda a neutralizzare ciò che troppo spesso viene contrabbandato come fatalità. Riflettendo su questo mi è venuto in mente Carmelo Bene sulla Torre degli Asinelli a Bologna il giorno del primo anniversario della strage di Bologna che dopo la sua lectura dantis afferma «ricordo agli astanti che ho dedicato questa mia serata da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti di questa orrenda strage». Con ciò non voglio gridare al complotto, non sono propenso a dar ulteriore fiato alle ricostruzioni dietrologiche. Per me il crollo del tratto di ponte dell'Autostrada dei Fiori tra Sampierdarena e Cornigliano à una ferita alla mia coscienza di italiano e di cittadino del mondo. È una lesione della nostra storia non solo per i genovesi. Come tale la piaga causata da questo taglio si può curare, il tessuto può sanare, con le giuste cure. Ma è su questo punto che ho forti perplessità a causa della velocità con cui il governatore Toti vuol arrivare al nuovo ponte. Ho paura che per la fretta si facciano interventi di cui in futuro ci pentiremo. Ma qui il discorso si fa più complesso e necessita di esser trattato in un prossimo post che dedicherò ai diversi racconti del post-crollo.

Uno che Genova l'ha guardata forse più di chiunque altro dal mare è stato Andrea Doria, ammiraglio e politico della Repubblica di Genova, vissuto a cavallo tra il 1400 e il 1500 e che più volte liberò la città da dominazioni straniere e da abile stratega ne mantenne l'indipendenza. A lui è stato intitolato un magnifico transatlantico che purtroppo affondò nel 1956 in seguito a uno scontro con un mercantile svedese.  Altre navi ancora, persino americane, oggi portano il suo nome. Ma sono sicuro che lo spirito di quest'uomo libero aleggia sulla città pronto a ridarle quel nuovo rinascimento che essa merita. I genovesi diano a questo grande spirito la possibilità di incarnarsi in nuove, straordinarie, belle ed utili opere per la città, la regione, l'intera Italia.

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