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Ultima modifica il 8 ottobre 2013 alle 19:32

mini mappa intervallo juve roma
Mini mappa mentale realizzata sul mio taccuino durante l'intervallo di Juve-Roma del 29 settembre 2012.

Questa che vedete a sinistra è una mappa mentale rapida che ho realizzato sabato scorso, 29 settembre 2012, durante l'intervallo della partita Juventus-Roma, che la squadra capitolina ha perso per 4 ad 1 dopo un primo tempo disastroso in cui ha preso ben 3 gol. Ero al bar a vedere questa partita. Ho avuto la tentazione di alzarmi ed andarmene, perché c'era poco da vedere: è stata una brutta partita in cui giocava solo la squadra di Torino. Invece ho tirato fuori il mio taccuino e mi sono messo a disegnare una mappa per non lasciarmi prendere dalla delusione: sono infatti un convinto tifoso di Zeman e quindi potete capire che questo match era carico di qualche significato in più. Soffrivo e avrei voluto fare qualcosa per invertire l'incredibile situazione di subordinazione con cui i giallorossi sono entrati in campo: erano lenti e non correvano, non  mettevano in atto nulla degli schemi del boemo, subivano e basta. Così quando il primo tempo è finito mi sono chiesto: se ci fossi io in una situazione simile, se capitasse a me? Se partecipassi io ad una qualche competizione e facessi brutta figura? Perché quando giochi senza nerbo, senza forze, di brutta figura si tratta. Mi sono immaginato coach della Roma e ho tirato fuori i rami della mappa che vedete e dei quali voglio ora parlarvi.

...continua a leggere "Godersi uno splendido secondo tempo anche se stai perdendo"

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Ultima modifica il 12 gennaio 2017 alle 11:01

la forza del destino
La forza del destino. Fotografia di Annais Ferreira.

Nuovi uomini arrivarono da altri paesi, avendo avuto un sogno come il loro, e nella città di Zobeide riconoscevano qualcosa delle vie del sogno, e cambiavano di posto a porticati e scale perché somigliassero di più al cammino della donna inseguita (nel sogno n.d.a.) e perché nel punto in cui era sparita non le restasse via di scampo.

Zobeide è una trappola conclude Italo Calvino, ne Le città invisibili, una brutta città, perché non tiene conto della libertà della donna sognata.  Stamattina ho parlato con un'amica che mi ricorda Zobeide perché ritiene che la sua condizione sia senza scampo. Lei ha un sogno e ha talento per realizzare quel sogno. Solo che ha bisogno di studiare ma non può, mi ha detto, perché non ha soldi. Così vuole rinunciare a farlo. Non c'è alternativa, mi ha fatto capire.

Questo mi permette di introdurre la prima di tre malattie relative allo status quo, lo stato delle cose, di cui vorrei parlarvi. Sono tre malattie che impediscono il cambiamento, quando è necessario, e perciò ci tengono nella prigione che noi stessi ci creiamo. La prima di queste malattie si chiama fatalismo. I fatalisti credono, infatti, che lo stato delle cose non si possa cambiare, che esiste un destino al quale non ci si può sottrarre, che il fato abbia deciso già tutto per noi, sin dalla nascita. Insomma è così e basta. E non c'è modo perché non sia così. Il discorso non ammetterebbe di proseguire.

E' come se uno avesse iniziato a bere perché il primo bicchiere ha reso ineluttabili gli altri bicchieri. E adesso è troppo tardi per smettere. Bisognava pensarci prima.

Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un'offesa.

Così scrive Paul Watzlawick in Istruzioni per rendersi infelici (Feltrinelli). Parla di un aspirante all'infelicità che fa di tutto per raggiungere la massima infelicità. Costui per riuscirci può rendere persino responsabile il passato del bene ricevuto. Infatti potremmo dire: maledetti genitori che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno, maledetti i nostri nonni che combatterono per la libertà e così via.

Ma davvero il passato è responsabile di tutto? Davvero non c'è rimedio? Davvero non posso cambiare lo status quo? In materia di sogni e desideri voglio riportarvi un'argomentazione di Aristotele: se il futuro fosse predeterminato tutti i nostri desideri e comportamenti sarebbero privi di senso. Se non possiamo cambiare la nostra condizione, che sogniamo, che progettiamo a fare qualcosa? Perché c'è in noi il desiderio di fare il cantante, lo scrittore, l'attore se non fosse possibile diventarlo? Oppure Dio è così sadico che ci tortura con desideri irrealizzabili?

La mia amica parlava di mancanza di fondi, di soldi per formarsi ed essere in grado di realizzare la sua ambizione. Ora la domanda è: quanti soldi sono necessari? Ma poi servono davvero? Quante volte le carriere di tanti artisti si sono realizzate partendo da una condizione di povertà, di indigenza? Chissà, ad esempio, quanta povertà avranno conosciuto tanti cantanti blues neri americani, magari hanno iniziato e finito nella povertà. Serve proprio ricordare che i soldi sono un mezzo e non un fine? Comunque diciamo che una certa somma è necessaria e che questa somma non sempre si riesce a mettere da parte con un onesto lavoro. Di recente ho conosciuto un'artista molto interessante, di quelle che le case discografiche all'inizio non prendono in considerazione, perché ha superato la quarantina. Ebbene questa donna, Evy Arnesano, è riuscita ad auto-prodursi un album da sola ed è approdata anche in televisione ospite di Serena Dandini.

Ad ogni modo l'internet mette a disposizione anche tante possibilità per chi vuole iniziare una carriera artistica e trovare i fondi per farlo. Voglio citare in proposito il crowd funding che è un processo collaborativo attraverso il quale chi ha delle idee valide, dei progetti può richiedere a dei piccoli finanziatori la possibilità di realizzare qualcosa. La comunità più promettente a questo proposito mi pare essere quella di Eppela, dove chi vuole realizzare un fumetto, chi ha un progetto sui libri, chi vuole realizzare una nuova collezione di T-shirt e così via può trovare i suoi finanziatori.

Appuntamento a domani con la seconda delle tre malattie. Intanto, ditemi, vi è mai capitato di diventare vittime o di vedere altre persone cadere sotto la scure del fatalismo? Fatemelo sapere nei commenti.

Ultima modifica il 30 marzo 2013 alle 16:09

La sposa occidentale
La sposa occidentale (Photo credit: Wikipedia)

Con oggi, 9 settembre 2011, sono 13 anni che Lucio Battisti ci ha lasciati. Morì, infatti, il 9 settembre del 1998. Voglio ricordarlo con una delle più note canzoni nate dalla sua collaborazione con Pasquale Panella, La sposa occidentale che dà il titolo a un album dell'ottobre del 1990. Fa parte di quei "dischi bianchi" bistrattati dai suoi primi fan.

La sposa occidentale, è un lavoro criptico, come tutti gli altri di Panella. Richiede ripetuti ascolti per assaporarne i segreti, ma dopo esserne venuti in possesso sarà difficile che ve ne liberiate.

Così scrive Fabrizio Pucci in una sua recensione. Io l'ho riascoltato più volte questo brano e devo dire che è piuttosto divertente, parla dell'amore alieno da sentimentalismi, romanticherie, sdolcinatezze, con tanta ironia ed essenzialità. E mi fa immaginare questo grande e coraggioso artista che fu Battisti così avanti nei gusti, nella mentalità, nella pratica della musica che in tanti non capirono i suoi ultimi album. Buon ascolto.

Non dobbiamo avere pazienza, ma
accampare pretese intorno a noi
come in un assedio, ed essere aggrediti
dalle voglie più voluminose:
un fiore, che è un fiore,
io non te l'ho mai portato
vuoi improvvisato, vuoi confezionato, ma
trasferisco da te tutti i fiorai,
è più facile a dirsi,
e infatti te lo dico.
Ti piacciono i dolci
ed io sul tuo terrazzo impianto
un'impastatrice industriale
che mescola e sciorina la crema per le scale.
Se tu ti vesti, io sul tuo balcone
faccio calare in forma d'indumenti,
tutti i paracaduti ed un tendone bianco da sceicco
e la sua scimitarra per fermaglio
ed è più facile a dirsi che a dimostrarlo falso,
e infatti te lo dico perché non basta il pensiero.
Vuoi prendere un treno di notte
pieno di paralumi e di damasco per dormire,
sennò a che serve un treno:
alzo con le mie leve tutti i binari
e, senza alcun disagio di viaggiare in discesa,
scivolano da te tutti i vagoni.
Detto cosi' e' semplice e infatti lo e' detto cosi'.
Ti lascio immaginare cosa succederebbe
se tu volessi bere, se tu volessi nuotare,
se tu volessi l'ultimo centimetro di cima
del monte che ti pare
per farne niente o per otturare
un buchetto qualsiasi in fondo a un mare.
Trascurando il tempo ed il riso
tu escludi le risorse più abusive
che sono state mai precise come
sul tuo bel viso rilassato ed inespressivo.
Se nulla capivo, qui tu finalmente
nulla lasciavi germogliare sulla brulla,
paradossale, tra noi terra infondata,
dove sono i leoni,
ammattiti e marroni,
lasciando immaginare
la sposa occidentale.
La sposa occidentale che sembra quasi ridere
e invece lei respira,
quasi piangere, ma gira
dall'altra parte il viso, ma ritorna
portando sue notizie inaspettate;
amando tutto ciò che adora,
chiama con nomi fittizi le cose:
così, semmai, le rose
son spasimi, per ora.

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Ultima modifica il 19 marzo 2014 alle 11:37

Mille anni al mondo, mille ancora
Mille anni al mondo, mille ancora (Photo credit: ho visto nina volare)

La maga oritano-milanese della musica oggi mi ha mandato questa canzone di De André. Mai canzone può essere più emozionante oggi per me sia perché sono molto legato a quel Giuseppe evangelico, sempre che sia esistito, sia perché di ritorni ne sto vivendo tanti in questo periodo come i miei ritorni a Bologna, Roma e Milano di questi giorni e altri ritorni ancora di cui magari parlerò presto nel blog nei prossimi giorni. Parto per qualche giorno a presto. Eccovi il video e il testo della canzone  con la voce del grande De André.

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Odore di Gerusalemme,
la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata del legno.

"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implorato.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.

 

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